Un caffè con Borsellino

Tborsellinore mesi fa ho saputo che Salvatore Borsellino sarebbe venuto a Verona per un convegno. Ovviamente mi sono subito iscritta al seminario e ho cercato di contattarlo per chiedergli un’intervista.

Ho pensato che si sarebbe trattato di una corsa all’oro, che tutti, ma proprio tutti i giornalisti della città, avrebbero fatto a gara per strappargli due parole. Con molto rammarico ho scoperto, successivamente, che non è stato intervistato da nessuno. Che nessun giornale della città, a parte Veronanews sul quale ho pubblicato l’intervista, aveva dedicato due righe a questo grande uomo, a suo fratello, ma soprattutto alla sua lotta e al suo obiettivo, che condivido pienamente: la ricerca della verità. E questo, è un fatto davvero molto grave, un silenzio che corrisponde ad un’omertà voluta e accettata, un avvertimento chiaro, per tutti coloro che vorrebbero scoperchiare il vaso di Pandora: “Signori, la mafia al nord non esiste, e se esiste, ‘è poca cosa’ ma soprattutto è funzionale.

A questo non posso porre rimedio, certo è che mi sono sentita ancora più grata per aver avuto questo grande piacere di poter dialogare e intervistare un uomo che non ha perso la speranza. Non dimenticherò facilmente la gioia che provato nel leggere la sua email e nel lavorare con lui a questo articolo ma soprattutto non scorderò la sua umiltà. Quando, il giorno del convengo, mi sono presentata, Salvatore, si è messo in ginocchio per riuscire ad arrivare alla mia mano che tentava di stringere la sua. Il palco era troppo alto per me e non riuscivo ad arrivare a lui. E così si è avvicinato per salutare.  Ma, in fondo non c’è da meravigliarsi. I grandi uomini, i veri uomini, lavorano nel silenzio, non hanno bisogno degli onori, di gesti plateali o di essere osannati o di sventolare le loro gesta.

Ecco perché ho deciso di pubblicare l”intervista su Danordasud, per rendere, nel mio piccolo, onore a quest’Uomo. Che possa aiutarvi nei momenti di sconforto, che possa riaccendere i vostri cuori e far volare in alto i vostri sogni e che possa aiutarci lavorare per il bene comune e non solo per il nostro sterile orticello.

Un abbraccio

Alessia

I giovani, la mia speranza

Palermo, 19 luglio 1992 . Il magistrato Paolo Borsellino è assassinato da Cosa Nostra, assieme a cinque agenti della sua scorta. Quello stesso giorno, la causa di Paolo diventa quella del fratello Salvatore che da anni chiede verità e giustizia. Ventiquattro anni dopo Salvatore Borsellino è ancora in prima fila nella lotta alla criminalità organizzata. E lo sarà anche il prossimo 19 Marzo, a Verona in occasione del Convegno “Mafie a nordest. L’informazione e la criminalità”.

L’auditorium congressi del Banco Popolare vedrà infatti tra i suoi ospiti anche l’Ingegnere, fondatore del movimento 19 luglio 1992 che, dal 2008, assieme al movimento Agende rosse, opera attivamente per sensibilizzare l’opinione pubblica e i giovani in cui crede fermamente ma soprattutto per fare luce sulla strage del ’92 e sulla scomparsa dell’agenda rossa, un taccuino sul quale il fratello annotava tutto ciò che aveva scoperto dopo la morte di Falcone.

19 luglio 1992. Com’è cambiata la sua vita?

Ė come se da quel giorno avessi cominciato a vivere una vita diversa, come se non fossi più la stessa persona. A quel tempo avevo fatto una scelta di vita completamente diversa da quello di mio fratello. A 27 anni, appena laureato, appena sposato con la persona che avevo scelto come compagna della mia vita, decisi, insieme a lei, di andare via da Palermo. lontano da una città in cui la mafia la vedevi, la sentivi, capivi che avrebbe condizionato il resto della tua vita.

Decisi di far crescere i miei figli al nord, in un altro paese, lontano da tutto quello che mi opprimeva, che rifiutavo, che non mi piaceva. Il 19 luglio capii che non basta fuggire dalle cose che non ci piacciono. Se crediamo che non siano giuste e che debbano cambiare, non dobbiamo aspettare che siano gli altri a farlo.

La mafia del 1992 è la stessa del 2016?

La mafia in questi vent’anni è cambiata profondamente, e non soltanto perché, tra le organizzazioni mafiose, la ndrangheta ha preso il sopravvento rispetto a Cosa Nostra ma perché, ancora una volta, è cambiata la strategia che è ritornata ad essere, dopo il periodo stragista, di attacco frontale, dei corleonesi di Riina, quello del mascheramento, della mimetizzazione, dell’infiltrazione all’interno dell’amministrazione pubblica, dell’accaparramento degli appalti, degli scambi con la politica, anzi peggio, spesso sono gli stessi mafiosi che entrano in politica.

La mafia è diventata finanza, sfruttamento e riciclaggio degli enormi capitali accumulati grazie alle attività criminali che, una volta riciclati ed entrati nel circuito dell’economia politica, ne sovvertono l’equilibrio e ne minano le regole di normale concorrenza.

A chi acquisisce un’ attività commerciale o industriale per riciclare il denaro sporco non interessa lo sviluppo dell’attività stessa dal momento che, una volta riciclato il capitale, questa può essere dismessa o mandata in rovina per passare ad un’altra attività per riciclare e ripulire dell’altro denaro.

In una sua intervista ha parlato della necessità di creare un luogo per strappare i giovani alla mafia e alla povertà. Quale alternativa offre oggi l’Italia ai giovani a rischio?

Non credo che il nostro governo dia segno di pensare a questo problema o di avere dei progetti per creare questa alternativa. Non ne sento parlare nei programmi di governo e non ne vedo alcun segno nelle leggi che vengono approvate in parlamento. L’alternativa sono persone come Padre Puglisi ad offrirla e, per questo, spesso, ci rimettono anche la vita.

In un ambito estremamente più ridotto sto cercando di creare nel quartiere della Kalsa, a Palermo, quello dove siamo nati, una Casa di Accoglienza, la Casa di Paolo, per cercare di dare ai giovani del quartiere, dove c’è un alto tasso di fuga dalla scuola, un’alternativa alla perversa spirale povertà-emarginazione-criminalità-criminalità organizzata. E questo lo sto facendo, volutamente, senza nessun aiuto da parte delle Istituzioni affidandomi piuttosto alle donazioni dei cittadini e al al loro volontario impegno quotidiano. Siamo partiti con il doposcuola, continueremo con una scuola di informatica dove io stesso cercherò di insegnare ai giovani i mio mestiere, quello dell’uso dei computer come strumenti di lavoro, faremo quanto altro possa essere utile per raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati.

Immaginiamo per un attimo di poter riscrivere le pagine della storia. Cosa sarebbe l’Italia oggi se l’agenda rossa non fosse scomparsa?

Gli ultimi vent’anni della nostra storia nascono da una scellerata trattativa tra mafia e Stato per cui è stata sacrificata la vita di un servitore dello Stato come Paolo Borsellino. Paolo si sarebbe opposto con tutte le sue forze a questa trattativa e, quello che aveva scoperto prima che fosse ucciso, lo aveva scritto nelle pagine di quell’Agenda Rossa.

Gli ultimi vent’anni della nostra Storia, e gli stessi equilibri politici che li hanno plasmati, si basano sui ricatti incrociati legati al contenuto e ai nomi scritti su quelle pagine. Questa disgraziata Seconda Repubblica, come l’hanno chiamata, ha le fondamenta intrise di sangue, il sangue di Capaci e di Via D’Amelio e il sangue delle stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro che sono servite ad alzare il prezzo della trattativa stessa. Su quella scellerata trattativa c’è stata, e c’è ancora, una scellerata congiura del silenzio che è durata per vent’anni e continua a durare, e il garante di questo silenzio, è stato chi occupava la più alta delle nostre Istituzioni, la Presidenza della Repubblica. A lui infatti si è rivolto uno dei protagonisti della trattativa, l’ex ministro Mannino, per chiedere solidarietà e protezione nel momento in cui si è trovato, a suo avviso, da solo ad essere incriminato per falsa testimonianza al processo per “attentato al corpo politico dello Stato” che si svolge a Palermo.

Falcone e Borsellino. Due morti evitabili?

Piuttosto che chiedersi se quelle morti fossero evitabili è meglio chiedersi a cosa e a chi sono servite. Perché e per quale scopo, pezzi deviati dello Stato, hanno dato via libera alla mano armata dello Stato deviato di compiere quelle stragi

Si è mai sentito solo in questi anni di battaglie?

Mi sono sentito solo quando, alla prima udienza del processo di Palermo, è stata respinta la mia costituzione di parte civile, che pure, in fase di udienza preliminare, era stata giudicata ammissibile dal GUP Piergiorgio Morosini. Mi sono sentito solo quando la corte del processo Borsellino Quater, che si svolge a Caltanissetta, ha avallato il rifiuto dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a testimoniare al processo su istanza della mia parte civile. Mi sono sentito solo quando, seppur richieste, tutti vertici delle nostre Istituzioni, ad eccezione del Presidente del Senato Piero Grasso, hanno risposto con un gelido e lugubre silenzio alla nostra richiesta di esprimere solidarietà al magistrato Nino Di Matteo per le minacce di morte ricevute per voce di Totò Rina, pur ristretto al regime del 41 bis, anzi forse sarebbe meglio dire tramite la voce di Totò Riina

Parliamo della mafia al Nord Italia. Vorrei capire perché la mafia al Sud assume sempre una connotazione negativa mentre la mafia del nord, di cui spesso si ignora o si vuole ignorare l’esistenza, è considerata furbizia, una risposta ad uno Stato “assente” che ha finito per fomentare il riciclaggio di denaro e il traffico di rifiuti industriali.

Siamo davvero così soli e così sfruttati da questo Stato da poterci permettere come risposta di essere i complici stessi di un sistema corrotto? O pensa che si tratti solo di una situazione di comodo?

La mafia, o meglio la criminalità organizzata, ha avuto a lungo al sud, e in parte continua ad avere, il controllo del territorio e questo è potuto accadere perché in quelle regioni lo Stato ha abdicato alle sue funzioni, lasciandole in balia della stessa criminalità organizzata perché potessero servire da serbatoio di voti per permettere a chi ci ha governato, dalla fine della guerra ad oggi, di governare il resto del Paese. Così facendo però quel tumore, non contrastato è entrato in metastasi, ha aggredito tutte le cellule dell’organismo del mostro Stato. Oggi non c’è regione del nostro Paese che sia immune dalla penetrazione delle criminalità organizzata, anche se, in una forma diversa, più subdola e anche più difficile da riconoscere da parte dell’opinione pubblica, perché è diventata finanza, è diventata la mafia dei colletti bianchi, e gli stessi imprenditori del nord, in un momento di stretta creditizia e di difficoltà congiunturale, non guardano troppo da dove arrivano quei capitali che credono possano risanare le loro aziende, e cominciano così a mettersi il cappio al collo.

Ing. Borsellino, vorrei che ora ci concentrassimo sui giovani.

Crede che i giovani di oggi siano sufficientemente a conoscenza dei fatti?

Mi spiego meglio. Le parlo da ex- studentessa. L’ultimo anno di ogni ciclo scolastico, elementari, medie e superiori è dedicato allo studio del ‘900. Ogni anno, puntualmente, per mancanza di tempo, gli studenti e i professori lamentano l’impossibilità di studiare e raccontare tutto ciò che succede dopo il 1960, in Italia e all’estero. Ne consegue una lacuna formativa molto grave dal momento che, le nuove leve, la futura classe dirigente o operaia che sia, non conosce la storia del nostro Paese degli ultimi cinquant’anni.

Le dirò una cosa che potrebbe ferirla Ing. Borsellino, se domani facessi un sondaggio e chiedessi ad un range di giovani 20-30 anni cos’è l’agenda rossa, molti, troppi, non risponderebbero.

Mi chiedo quindi se non sia il caso di modificare il Piano dell’offerta formativa, oppure, forse, sarebbe proprio il caso di studiare la storia al contrario cominciando dalla fine, ovvero il 2016, fino ad arrivare alla preistoria per far sì che il sacrificio di suo fratello e di tanti altri non resti solo un ricordo da commemorare ma soprattutto perché, come anche lei ha detto, per combattere la mafia è necessario conoscerla. Lei cosa ne pensa?

Credo che i giovani abbiano molta voglia di sapere. di conoscere, di capire, si rendono conto che il Paese che gli stiamo consegnando è un Paese in sfacelo e vogliono capire quali ne siano le cause. Il vero problema è che, non soltanto a scuola non si studia tutto quello che è successo dopo il 1960 in Italia e all’estero. Il problema è che certe cose vengono occultate e ogni livello, alla televisione e sulla stampa. Mentre ci vengono propinate ad ogni istante e in ogni momento e, per di più in maniera spesso morbosa ,tutte le informazioni possibili sui processi ai coniugi di Erba, all’assassinio di Yara, del piccolo Loris strangolato dalla madre, degli amanti dediti dello sfregio con l’acido e quanto di più trucido sia possibile scrivere ma non una parola su un processo nel quale si cerca la Verità su una trattativa che sta all’origine degli ultimi vent’anni della nostra storia. E, se è vero che tanti giovani non saprebbero rispondere alla domanda di cosa sia l’agenda rossa, ci sono tanti troppi adulti che lo hanno voluto dimenticare e che sono convinti che si tratta di vecchie storie che qualcuno si ostina a volere ancora tirare fuori. Se c’è, come c’è, una lacuna formativa questa è voluta, premeditata, e non bastano pochi professori che, spesso affrontando l’ostilità del resto del corpo docente, si affannano a fare luce sulla nostra storia recente per potere cambiare le cose.

La mancanza di un modello da seguire, lo scarso impegno e la non volontà di diffondere valori e ideali da seguire ha indubbiamente contribuito a scaraventare i giovani in un baratro che li ha resi spesso protagonisti della cronaca cosa che, ovviamente, li allontana dalle battaglie che questo Paese necessita per migliorare. In sostanza, troppo spesso il detto Mors tua, vita mea ha la meglio sull’unione delle forze, cosa che indebolisce ancora di più il potere della massa.

Lei crede che i media abbiamo contribuito nella creazione di un non-modello da seguire? E perché?

Sicuramente i media hanno contribuito e continuano a contribuire alla creazione di un modello distorto da seguire. Ciò succede perché nel nostro Paese non esiste più un’informazione libera. Ma sia chiaro, nessuno ha messo il bavaglio ai giornalisti. Sono loro stessi che se lo mettono, per essere graditi al potere, per potere fare carriera, per sperare di arrivare alla direzione di un giornale o di una canale televisivo. Non dimentichiamoci che nel nostro Paese si è permesso che si verificasse una anomalia unica, un industriale che aveva in mano le maggiori reti televisive private che, da capo del governo, ha potuto asservire ed infiltrare anche la televisione pubblica grazie ad un patto sotterraneo, forse figlio della trattativa di cui ho parlato prima. Una forza politica che ne rappresentava la controparte, anche quando poteva farlo non ha mai voluto votare una legge sul conflitto di interessi.

Vorrei parlarle dei giovani che incontro quotidianamente. Non voglio fare di un erba un fascio, e, molto probabilmente, quelli che ruotano attorno al movimento 19 luglio 1992 non sono così. Ma le vorrei comunque raccontare di quei ragazzi che ascoltano canzoni dove la parola speranza lascia spazio alla sfiducia, finendo poi per credere in quelle parole.

Le vorrei parlare di quei ragazzi che non credono o hanno smesso di credere e che rispondono: “Sì ma tanto funziona così” oppure, peggio ancora ”la vita è un compromesso”. Senza contare che ci sono troppi giovani che devono sperare di “avere una conoscenza che li sistemi”, che sanno che tanto il concorso pubblico lo vincerà “il figlio di”, o “l’amico di”. Infine ci sono quelli che hanno scelto di andarsene. Cosa direbbe loro se fossero qui davanti a lei?

Io conosco e incontro tanti giovani che non sono come quelli che lei descrive, so bene però che tanti, troppi , corrispondono alla sua descrizione. Ma chi è responsabile di tutto questo? Non siamo forse noi adulti che abbiamo distrutto i loro sogni e continuiamo a distruggerli? Non è forse causa di tutto questo la nostra indifferenza? Non siamo stati noi ad insegnare loro i compromessi, l’assuefazione al sistema, la raccomandazione e l’ossequio del potente? Non siamo forse noi che cerchiamo di distruggere i loro sogni forse perché noi non siamo stati in grado di difendere i nostri? Eppure io so che quando incontro questi giovani, e ne incontro tanti, in tutto il Paese, mi ascoltano per due ore e più senza che si senta un solo bisbiglio, e quello che dico loro è che io non ho niente da insegnargli. Noi adulti possiamo solo dire loro quali sono stati i nostri errori, perché non debbano ripeterli, e il nostro errore più grande è stata l’indifferenza, e il mio errore più grande è stato l’essere andato via dalla mia terra, cercando di fuggire da quello che non mi piaceva, mentre se qualcosa non ci piace bisogna lottare per cambiarlo. Non esiste “un’ altro Paese”. Tutto quello da cui sono fuggito me lo ritrovo dove vivo oggi e in una forma ancora più subdola. E dico anche loro di non lasciare questo Paese, anche se a loro non piace, perché questo Paese è loro e devono riprenderselo. E se lo riprenderanno. Loro sono, come lo erano per Paolo, la mia speranza.

Sono un morto che cammina” è la frase pronunciata da suo fratello nei giorni che hanno preceduto la sua morte. Lui sapeva eppure non si è sottratto a quest’ultima. Sapeva che la sua morte sarebbe stato un messaggio forte per le generazioni a venire e che avrebbe lasciato un’eredità non indifferente, la sua lotta, che lei ha portato avanti mosso dalla rabbia, una delle sue due droghe dalla quale ha tratto la forza di ribellarsi e di non arrendersi. Ecco, io vorrei che anche la mia generazione si indignasse. Vorrei che credesse che la forza della rabbia e dei sogni possono cambiare le sorti del proprio destino e quindi del nostro Paese.

Lei, in tutto questo, ci crede ancora?

Ci credo ancora, so che mio fratello è morto cosciente del suo sacrificio. Da vivo aveva fatto tutto quello che poteva e solo con la sua morte avrebbe potuto realizzare il suo sogno e fare quello che da vivo non gli avrebbero permesso di fare. Io non ho purtroppo la fede, l’ho persa tanti anni fa, ma credo nella grandezza dell’uomo Cristo che con il suo sacrificio ha cambiato il mondo. Da vivo non poteva farlo, morendo lo ha fatto. Paolo invece la fede l’aveva, grandissima, e la sua morte è stata una “Imitazione di Cristo”, un testo della cristianità che sicuramente aveva sempre presente, così come il Vangelo.

I giovani, la mia speranza

Palermo, 19 luglio 1992 . Il magistrato Paolo Borsellino è assassinato da Cosa Nostra, assieme a cinque agenti della sua scorta.

Quello stesso giorno, la causa di Paolo diventa quella del fratello Salvatore che da anni chiede verità e giustizia.

Ventiquattro anni dopo Salvatore Borsellino è ancora in prima fila nella lotta alla criminalità organizzata. E lo sarà anche il prossimo 19 Marzo,a Verona in occasione del Convegno “Mafie a nordest. L’informazione e la criminalità”.

L’auditorium congressi del Banco Popolare vedrà infatti tra i suoi ospiti anche l’Ingegnere, fondatore del movimento 19 luglio 1992 che, dal 2008, assieme al movimento Agende rosse, opera attivamente per sensibilizzare l’opinione pubblica e i giovani in cui crede fermamente ma soprattutto per fare luce sulla strage del ’92 e sulla scomparsa dell’agenda rossa, un taccuino sul quale il fratello annotava tutto ciò che aveva scoperto dopo la morte di Falcone.

19 luglio 1992. Com’è cambiata la sua vita?

Ė come se da quel giorno avessi cominciato a vivere una vita diversa, come se non fossi più la stessa persona. A quel tempo avevo fatto una scelta di vita completamente diversa da quello di mio fratello. A 27 anni, appena laureato, appena sposato con la persona che avevo scelto come compagna della mia vita, decisi, insieme a lei, di andare via da Palermo. lontano da una città in cui la mafia la vedevi, la sentivi, capivi che avrebbe condizionato il resto della tua vita.

Decisi di far crescere i miei figli al nord, in un altro paese, lontano da tutto quello che mi opprimeva, che rifiutavo, che non mi piaceva. Il 19 luglio capii che non basta fuggire dalle cose che non ci piacciono. Se crediamo che non siano giuste e che debbano cambiare, non dobbiamo aspettare che siano gli altri a farlo.

La mafia del 1992 è la stessa del 2016?

La mafia in questi vent’anni è cambiata profondamente, e non soltanto perché, tra le organizzazioni mafiose, la ndrangheta ha preso il sopravvento rispetto a Cosa Nostra ma perché, ancora una volta, è cambiata la strategia che è ritornata ad essere, dopo il periodo stragista, di attacco frontale, dei corleonesi di Riina, quello del mascheramento, della mimetizzazione, dell’infiltrazione all’interno dell’amministrazione pubblica, dell’accaparramento degli appalti, degli scambi con la politica, anzi peggio, spesso sono gli stessi mafiosi che entrano in politica.

La mafia è diventata finanza, sfruttamento e riciclaggio degli enormi capitali accumulati grazie alle attività criminali che, una volta riciclati ed entrati nel circuito dell’economia politica, ne sovvertono l’equilibrio e ne minano le regole di normale concorrenza.

A chi acquisisce un’ attività commerciale o industriale per riciclare il denaro sporco non interessa lo sviluppo dell’attività stessa dal momento che, una volta riciclato il capitale, questa può essere dismessa o mandata in rovina per passare ad un’altra attività per riciclare e ripulire dell’altro denaro.

In una sua intervista ha parlato della necessità di creare un luogo per strappare i giovani alla mafia e alla povertà. Quale alternativa offre oggi l’Italia ai giovani a rischio?

Non credo che il nostro governo dia segno di pensare a questo problema o di avere dei progetti per creare questa alternativa. Non ne sento parlare nei programmi di governo e non ne vedo alcun segno nelle leggi che vengono approvate in parlamento. L’alternativa sono persone come Padre Puglisi ad offrirla e, per questo, spesso, ci rimettono anche la vita.

In un ambito estremamente più ridotto sto cercando di creare nel quartiere della Kalsa, a Palermo, quello dove siamo nati, una Casa di Accoglienza, la Casa di Paolo, per cercare di dare ai giovani del quartiere, dove c’è un alto tasso di fuga dalla scuola, un’alternativa alla perversa spirale povertà-emarginazione-criminalità-criminalità organizzata. E questo lo sto facendo, volutamente, senza nessun aiuto da parte delle Istituzioni affidandomi piuttosto alle donazioni dei cittadini e al al loro volontario impegno quotidiano. Siamo partiti con il doposcuola, continueremo con una scuola di informatica dove io stesso cercherò di insegnare ai giovani i mio mestiere, quello dell’uso dei computer come strumenti di lavoro, faremo quanto altro possa essere utile per raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati.

Immaginiamo per un attimo di poter riscrivere le pagine della storia. Cosa sarebbe l’Italia oggi se l’agenda rossa non fosse scomparsa?

Gli ultimi vent’anni della nostra storia nascono da una scellerata trattativa tra mafia e Stato per cui è stata sacrificata la vita di un servitore dello Stato come Paolo Borsellino. Paolo si sarebbe opposto con tutte le sue forze a questa trattativa e, quello che aveva scoperto prima che fosse ucciso, lo aveva scritto nelle pagine di quell’Agenda Rossa.

Gli ultimi vent’anni della nostra Storia, e gli stessi equilibri politici che li hanno plasmati, si basano sui ricatti incrociati legati al contenuto e ai nomi scritti su quelle pagine. Questa disgraziata Seconda Repubblica, come l’hanno chiamata, ha le fondamenta intrise di sangue, il sangue di Capaci e di Via D’Amelio e il sangue delle stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro che sono servite ad alzare il prezzo della trattativa stessa. Su quella scellerata trattativa c’è stata, e c’è ancora, una scellerata congiura del silenzio che è durata per vent’anni e continua a durare, e il garante di questo silenzio, è stato chi occupava la più alta delle nostre Istituzioni, la Presidenza della Repubblica. A lui infatti si è rivolto uno dei protagonisti della trattativa, l’ex ministro Mannino, per chiedere solidarietà e protezione nel momento in cui si è trovato, a suo avviso, da solo ad essere incriminato per falsa testimonianza al processo per “attentato al corpo politico dello Stato” che si svolge a Palermo.

Falcone e Borsellino. Due morti evitabili?

Piuttosto che chiedersi se quelle morti fossero evitabili è meglio chiedersi a cosa e a chi sono servite. Perché e per quale scopo, pezzi deviati dello Stato, hanno dato via libera alla mano armata dello Stato deviato di compiere quelle stragi

Si è mai sentito solo in questi anni di battaglie?

Mi sono sentito solo quando, alla prima udienza del processo di Palermo, è stata respinta la mia costituzione di parte civile, che pure, in fase di udienza preliminare, era stata giudicata ammissibile dal GUP Piergiorgio Morosini. Mi sono sentito solo quando la corte del processo Borsellino Quater, che si svolge a Caltanissetta, ha avallato il rifiuto dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a testimoniare al processo su istanza della mia parte civile. Mi sono sentito solo quando, seppur richieste, tutti vertici delle nostre Istituzioni, ad eccezione del Presidente del Senato Piero Grasso, hanno risposto con un gelido e lugubre silenzio alla nostra richiesta di esprimere solidarietà al magistrato Nino Di Matteo per le minacce di morte ricevute per voce di Totò Rina, pur ristretto al regime del 41 bis, anzi forse sarebbe meglio dire tramite la voce di Totò Riina

Parliamo della mafia al Nord Italia. Vorrei capire perché la mafia al Sud assume sempre una connotazione negativa mentre la mafia del nord, di cui spesso si ignora o si vuole ignorare l’esistenza, è considerata furbizia, una risposta ad uno Stato “assente” che ha finito per fomentare il riciclaggio di denaro e il traffico di rifiuti industriali.

Siamo davvero così soli e così sfruttati da questo Stato da poterci permettere come risposta di essere i complici stessi di un sistema corrotto? O pensa che si tratti solo di una situazione di comodo?

La mafia, o meglio la criminalità organizzata, ha avuto a lungo al sud, e in parte continua ad avere, il controllo del territorio e questo è potuto accadere perché in quelle regioni lo Stato ha abdicato alle sue funzioni, lasciandole in balia della stessa criminalità organizzata perché potessero servire da serbatoio di voti per permettere a chi ci ha governato, dalla fine della guerra ad oggi, di governare il resto del Paese. Così facendo però quel tumore, non contrastato è entrato in metastasi, ha aggredito tutte le cellule dell’organismo del mostro Stato. Oggi non c’è regione del nostro Paese che sia immune dalla penetrazione delle criminalità organizzata, anche se, in una forma diversa, più subdola e anche più difficile da riconoscere da parte dell’opinione pubblica, perché è diventata finanza, è diventata la mafia dei colletti bianchi, e gli stessi imprenditori del nord, in un momento di stretta creditizia e di difficoltà congiunturale, non guardano troppo da dove arrivano quei capitali che credono possano risanare le loro aziende, e cominciano così a mettersi il cappio al collo.

Ing. Borsellino, vorrei che ora ci concentrassimo sui giovani.

Crede che i giovani di oggi siano sufficientemente a conoscenza dei fatti?

Mi spiego meglio. Le parlo da ex- studentessa. L’ultimo anno di ogni ciclo scolastico, elementari, medie e superiori è dedicato allo studio del ‘900. Ogni anno, puntualmente, per mancanza di tempo, gli studenti e i professori lamentano l’impossibilità di studiare e raccontare tutto ciò che succede dopo il 1960, in Italia e all’estero. Ne consegue una lacuna formativa molto grave dal momento che, le nuove leve, la futura classe dirigente o operaia che sia, non conosce la storia del nostro Paese degli ultimi cinquant’anni.

Le dirò una cosa che potrebbe ferirla Ing. Borsellino, se domani facessi un sondaggio e chiedessi ad un range di giovani 20-30 anni cos’è l’agenda rossa, molti, troppi, non risponderebbero.

Mi chiedo quindi se non sia il caso di modificare il Piano dell’offerta formativa, oppure, forse, sarebbe proprio il caso di studiare la storia al contrario cominciando dalla fine, ovvero il 2016, fino ad arrivare alla preistoria per far sì che il sacrificio di suo fratello e di tanti altri non resti solo un ricordo da commemorare ma soprattutto perché, come anche lei ha detto, per combattere la mafia è necessario conoscerla. Lei cosa ne pensa?

Credo che i giovani abbiano molta voglia di sapere. di conoscere, di capire, si rendono conto che il Paese che gli stiamo consegnando è un Paese in sfacelo e vogliono capire quali ne siano le cause. Il vero problema è che, non soltanto a scuola non si studia tutto quello che è successo dopo il 1960 in Italia e all’estero. Il problema è che certe cose vengono occultate e ogni livello, alla televisione e sulla stampa. Mentre ci vengono propinate ad ogni istante e in ogni momento e, per di più in maniera spesso morbosa ,tutte le informazioni possibili sui processi ai coniugi di Erba, all’assassinio di Yara, del piccolo Loris strangolato dalla madre, degli amanti dediti dello sfregio con l’acido e quanto di più trucido sia possibile scrivere ma non una parola su un processo nel quale si cerca la Verità su una trattativa che sta all’origine degli ultimi vent’anni della nostra storia. E, se è vero che tanti giovani non saprebbero rispondere alla domanda di cosa sia l’agenda rossa, ci sono tanti troppi adulti che lo hanno voluto dimenticare e che sono convinti che si tratta di vecchie storie che qualcuno si ostina a volere ancora tirare fuori. Se c’è, come c’è, una lacuna formativa questa è voluta, premeditata, e non bastano pochi professori che, spesso affrontando l’ostilità del resto del corpo docente, si affannano a fare luce sulla nostra storia recente per potere cambiare le cose.

La mancanza di un modello da seguire, lo scarso impegno e la non volontà di diffondere valori e ideali da seguire ha indubbiamente contribuito a scaraventare i giovani in un baratro che li ha resi spesso protagonisti della cronaca cosa che, ovviamente, li allontana dalle battaglie che questo Paese necessita per migliorare. In sostanza, troppo spesso il detto Mors tua, vita mea ha la meglio sull’unione delle forze, cosa che indebolisce ancora di più il potere della massa.

Lei crede che i media abbiamo contribuito nella creazione di un non-modello da seguire? E perché?

Sicuramente i media hanno contribuito e continuano a contribuire alla creazione di un modello distorto da seguire. Ciò succede perché nel nostro Paese non esiste più un’informazione libera. Ma sia chiaro, nessuno ha messo il bavaglio ai giornalisti. Sono loro stessi che se lo mettono, per essere graditi al potere, per potere fare carriera, per sperare di arrivare alla direzione di un giornale o di una canale televisivo. Non dimentichiamoci che nel nostro Paese si è permesso che si verificasse una anomalia unica, un industriale che aveva in mano le maggiori reti televisive private che, da capo del governo, ha potuto asservire ed infiltrare anche la televisione pubblica grazie ad un patto sotterraneo, forse figlio della trattativa di cui ho parlato prima. Una forza politica che ne rappresentava la controparte, anche quando poteva farlo non ha mai voluto votare una legge sul conflitto di interessi.

Vorrei parlarle dei giovani che incontro quotidianamente. Non voglio fare di un erba un fascio, e, molto probabilmente, quelli che ruotano attorno al movimento 19 luglio 1992 non sono così. Ma le vorrei comunque raccontare di quei ragazzi che ascoltano canzoni dove la parola speranza lascia spazio alla sfiducia, finendo poi per credere in quelle parole.

Le vorrei parlare di quei ragazzi che non credono o hanno smesso di credere e che rispondono: “Sì ma tanto funziona così” oppure, peggio ancora ”la vita è un compromesso”. Senza contare che ci sono troppi giovani che devono sperare di “avere una conoscenza che li sistemi”, che sanno che tanto il concorso pubblico lo vincerà “il figlio di”, o “l’amico di”. Infine ci sono quelli che hanno scelto di andarsene. Cosa direbbe loro se fossero qui davanti a lei?

Io conosco e incontro tanti giovani che non sono come quelli che lei descrive, so bene però che tanti, troppi , corrispondono alla sua descrizione. Ma chi è responsabile di tutto questo? Non siamo forse noi adulti che abbiamo distrutto i loro sogni e continuiamo a distruggerli? Non è forse causa di tutto questo la nostra indifferenza? Non siamo stati noi ad insegnare loro i compromessi, l’assuefazione al sistema, la raccomandazione e l’ossequio del potente? Non siamo forse noi che cerchiamo di distruggere i loro sogni forse perché noi non siamo stati in grado di difendere i nostri? Eppure io so che quando incontro questi giovani, e ne incontro tanti, in tutto il Paese, mi ascoltano per due ore e più senza che si senta un solo bisbiglio, e quello che dico loro è che io non ho niente da insegnargli. Noi adulti possiamo solo dire loro quali sono stati i nostri errori, perché non debbano ripeterli, e il nostro errore più grande è stata l’indifferenza, e il mio errore più grande è stato l’essere andato via dalla mia terra, cercando di fuggire da quello che non mi piaceva, mentre se qualcosa non ci piace bisogna lottare per cambiarlo. Non esiste “un’ altro Paese”. Tutto quello da cui sono fuggito me lo ritrovo dove vivo oggi e in una forma ancora più subdola. E dico anche loro di non lasciare questo Paese, anche se a loro non piace, perché questo Paese è loro e devono riprenderselo. E se lo riprenderanno. Loro sono, come lo erano per Paolo, la mia speranza.

Sono un morto che cammina” è la frase pronunciata da suo fratello nei giorni che hanno preceduto la sua morte. Lui sapeva eppure non si è sottratto a quest’ultima. Sapeva che la sua morte sarebbe stato un messaggio forte per le generazioni a venire e che avrebbe lasciato un’eredità non indifferente, la sua lotta, che lei ha portato avanti mosso dalla rabbia, una delle sue due droghe dalla quale ha tratto la forza di ribellarsi e di non arrendersi. Ecco, io vorrei che anche la mia generazione si indignasse. Vorrei che credesse che la forza della rabbia e dei sogni possono cambiare le sorti del proprio destino e quindi del nostro Paese.

Lei, in tutto questo, ci crede ancora?

Ci credo ancora, so che mio fratello è morto cosciente del suo sacrificio. Da vivo aveva fatto tutto quello che poteva e solo con la sua morte avrebbe potuto realizzare il suo sogno e fare quello che da vivo non gli avrebbero permesso di fare. Io non ho purtroppo la fede, l’ho persa tanti anni fa, ma credo nella grandezza dell’uomo Cristo che con il suo sacrificio ha cambiato il mondo. Da vivo non poteva farlo, morendo lo ha fatto. Paolo invece la fede l’aveva, grandissima, e la sua morte è stata una “Imitazione di Cristo”, un testo della cristianità che sicuramente aveva sempre presente, così come il Vangelo.

E ci credo ancora, credo nella rabbia e credo nella speranza, e ci credo perché la speranza l’ avevo persa e quando ho ricominciato a parlare è stato soltanto per rabbia, ma è grazie a questa rabbia che è rinata la speranza ed è una speranza che non morirà mai più, perché finalmente ho capito quale era la speranza di Paolo, quella che nell’ultimo giorno della sua vita gli faceva scrivere, alle cinque del mattino “Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di combattere di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

E ci credo ancora, credo nella rabbia e credo nella speranza, e ci credo perché la speranza l’ avevo persa e quando ho ricominciato a parlare è stato soltanto per rabbia, ma è grazie a questa rabbia che è rinata la speranza ed è una speranza che non morirà mai più, perché finalmente ho capito quale era la speranza di Paolo, quella che nell’ultimo giorno della sua vita gli faceva scrivere, alle cinque del mattino “Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di combattere di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

E SE CAMBIASSI TUTTO?

Felicità2

Verona, 11/02/2015

Questo è un blog dedicato al lavoro. A chi ce l’ha ma lo odia, a chi lo cerca e non lo trova, oppure a chi ne ha uno ma non è retribuito. Questo lo sapete già.

Il discorso lavoro è un argomento che abbiamo sviscerato alla grande in questi tre anni. Qualcuno ha tentato di mandarmi il suo curriculum, altri speravano che i miei contatti potessero aiutarli nella ricerca di un impiego. Purtroppo non è così, mi sarebbe piaciuto, ma non ho la bacchetta magica, anzi.

Non è facile nemmeno per me, ve lo assicuro. Avere la possibilità di scrivere è una valvola di sfogo, soprattutto per una non sportiva come me, un modo come un altro per incanalare le energie, per condividere i dubbi esistenziali che mi accompagnano dal mio primo vagito o forse pure da prima. Ma non è tutto.

Ma non basta per mettere il silenziatore a quella vocina maledetta che mi rimbomba nelle orecchie : Alessia…..sono qui, ci spieghi cosa diavolo vuoi fare ma soprattutto cosa cavolo sai fare?”

In genere la zittisco con un buon bicchiere di vino, due chiacchiere, una condivisione di prospettive frustranti con altri soggetti sensibili all’argomento che in genere si traduce in un brainstorming al femminile con deduzione finale: “Bottone, Scienze Politiche non serve a niente. Chirurgia estetica, ecco cosa avremmo dovuto fare. Un po’ come dice Accorsi in Santa Maradona per capirsi.

È il caos. Parliamoci chiaro. Ho letto e riletto un articolo tratto dal blog waitbutwhy.com che per diversi giorni è stato condiviso su Facebook. La traduzione:” Perché la nostra generazione è infelice”.

Infelice? Oddio, allora qualcuno lo ammette. Mi fanno sorridere quelli che dicono “la felicità è guardare il sole che tramonta, abbracciare un bambino, leggere un libro” etc.

Nessuno dice: “felicità = libertà” oppure “felicità = amare ciò che si fa”. Perché? Perché se applicassimo tali principi il mondo sarebbe finito. O almeno quella parte di mondo che pensa solo a produrre.

Comunque la felicità non è solo questo. Non lo dico io, lo dice Abraham Maslow, mica pizza e fichi. Ma torniamo all’articolo.

Non mi piace e non sono d’accordo. Perché il problema è sempre quello.

Ci siamo finalmente resi conto che ci è stato venduto fumo che non è vero che c’è spazio per tutti. Non tutti avranno una casa, un lavoro e forse una famiglia. Non è nemmeno vero che lavorando sodo potremo saltare da una classe sociale all’altra, (si classe sociale, anche se il termine non vi piace, sappiate che siamo tornati indietro) . La verità è che le risorse non sono infinite e che la disoccupazione di taluni è collaterale al mantenimento di uno stato di benessere di altri,  per non parlare dell’arricchimento di una piccolissima percentuale di popolazione, a discapito di altri, quelli che si ritrovano incatenati all’ultimo gradino della piramide o forse sotto la piramide stessa.

In sostanza l’autore, ma come lui tanti altri ci fornisce tre magnifici consigli che ho commentato, per puro divertimento.

1) Rimani selvaggiamente ambiziosa.

Si ma portate con voi i cerotti perché quando cadrete vi dovrete leccare le ferite da soli.  Ambiziosi sì, ma se “questo matrimonio non s’ha da fare”, trovate un piano b, che vi piaccia o che almeno non vi faccia venire i conati di vomito al solo pensiero, aggiungo io.

2) Basta col pensare di essere speciali.

Ma come? Ci avete riempito di manuali e teorie psicologiche nonché training su come sentirsi dei tipi veramente cool e veramente magnifici e ora, così di punto in bianco, ci dite che quelle teorie erano tutte fandonie. Un minimo di preavviso, esigo una raccomandata, il tempo di abituarmi perlomeno.

3) Ignora tutti gli altri. Il giardino degli altri è sempre più verde. 

Facile da dirsi se il lui in questione ha il giardino e voi vivete in uno scantinato. Scherzi a parte, questo è vero, non perdiamo tempo a invidiare gli altri. Non ne otterremo nulla. Però, se una sera, vi sentite belli incazzati con il mondo e avvertite il bisogno di iscrivervi a box per questo, beh, sinceramente non vi biasimo.

Perché vi ho fatto questo prologo? Perché è dura ragazzi, perché a  volte ho dato per scontato che la mia fiducia nel futuro e il mio entusiasmo sarebbero rimasti con me per sempre. E ho sbagliato. La fiducia è l’entusiasmo sono come la rosa del piccolo principe . Vi ricordate?

“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.

Ecco, allora io spero solo che il giorno in cui barcollerete, il giorno in cui vi chiederete, se serve davvero ciò che state facendo, il giorno in cui vi verrà voglia di sedervi con il sedere a terra e disperarvi un po’, vi ricorderete di leggere questo post, vi farete due risate, farete un po’ di sciopero, fingerete di essere disadattati sociali, ma poi tornerete a combattere.

E non di certo per arrivare in vetta, e nemmeno per mettervi un abito Prada e trattare male il team che un giorno “comanderete” così come è stato fatto con voi.

No, mi riferisco ad altro.

A quel magico giorno in cui, alla domanda, cosa vuoi fare da grande, risponderete in modo sincero, liberandovi delle aspettative degli altri, dei desideri dei genitori, dei sogni di gloria, e tenterete di inseguire la vostra felicità, qualunque essa sia.

Ci vuole coraggio per restare, ce ne vuole ancora di più per cambiare.

E se, pensate di essere solo dei pazzi sognatori, guardatevi questo video.

La storia di Mattia

Vivere a Montemignano

Poi pensateci. Oggi è un ottimo giorno per essere felici, domani, si vedrà.

Alessia

Grazie cari lettori!

Cari lettori,

RecensioneOrmai è passato più di un mese dall’uscita del libro e, dopo aver ricevuto tanti vostri messaggi, sento il bisogno di fare dei ringraziamenti. Cercherò di essere breve e concisa anche se, sono davvero tante le persone che mi hanno accompagnata in questi 40 giorni di corse folli e di promozione.

Innanzitutto ringrazio Marzia Nicolini. In seguito alla pubblicazione del suo articolo mi hanno scritto tantissimi ragazzi e ragazze ed è persino arrivato un invito per presentare il libro in Toscana.

RadioGrazie a Cristina che mi scrive dalla Francia raccontandomi che ha trovato un bel lavoro e a Rosa per il suo entusiasmo contagioso e ai ragazzi di Deejay TV che mi hanno intervistata. Grazie a Mario di M2o, se quell’intervista non fosse mai avvenuta non sarebbe successe molte belle cose. Grazie a Lidia Baratta de Linkiesta per la sua simpaticissima recensione e a Vezia che mi ha scritto dopo aver letto la mia intervista per Bianco Lavoro, ad Anna per il suo magnifico articolo comparso su Libri e parole e a tutte le ragazze che si sono occupate di recensire il libro per blog, riviste e testate. Siete tante e non posso citarvi tutte.

Grazie a tutti coloro che mi scrivono dopo aver letto il libro, questo è in assoluto la miglior cosa che possa succedere nella vita di uno scrittore, che non guadagna ‘na lira ma almeno può godere della stima e del calore dei suo lettori.

Come tutti saprete già, se un libro non è pubblicizzato è morto, soprattutto perché i Dan Brown e i Bruno Vespa, peraltro già conosciuti, troneggiano sugli scaffali in bella vista, mentre gli scrittori emergenti lottano persino per avere un posto nel magazzino della libreria.

Grazie a voi e a tutti coloro che si sono impegnati per diffondere il libro oppure acquistandone una copia o semplicemente condividendo un link.

Spero di avervi regalato un po’ di buonumore con le mie 140 pagine e non vi nego che sto già lavorando ad un terzo libro. Dove trovo il tempo mi chiederete? Lo si trova eccome quando si ama fare qualcosa, sempre.

E ricordate, quando tutto vi sembrerà perso, non disperatevi, ma complimentatevi con voi stessi. Peggio di così non potrà certo andare, quindi perché non rimettersi in gioco e ricominciare a fare qualcosa degno di essere chiamato lavoro?

Ps: Grazie anche a Luigi Fracchiolla che mi ha appena mandato il link della sua canzone “Perennemente trentenne”, perfettamente in linea con il pensiero di Danordasud. A lui e a tutti voi in bocca al lupo.

A presto

Alessia

Finalmente Settembre

Seis meses para siempreOggi ho provato a riordinare quel campo minato che è la mia stanza e ho trovato un regalo del 14 maggio 2007, il mio ultimo giorno da studentessa Erasmus. Il giorno dei saluti una mia amica siciliana mi ha regalato un’agenda chiedendomi di scrivere:” Este libro que todavia no has escrito pero ya existe en tu corazòn y en el de las personas que te han conocodio- Dedicado a ti y a ellas“.

Non so, non ho mai capito perché mi ha chiesto di scrivere un libro su tutti noi, anche perché sette anni fa non sapevo nemmeno di voler fare la scrittrice. O forse volevo farlo, ma mollavo ogni volta, non ci credevo abbastanza. Eppure ci aveva visto giusto.

E allora, siccome mancano solo 23 giorni all’uscita del mio libro Papà mi presti i soldi che devo lavorare ho deciso di rispettare la promessa, dedicando a tutte loro questo manuale che inizia così:”Sono Alessia Bottone, classe 1985. Il mio soprannome è Black & Decker perché martello di brutto fino a quando non ottengo ciò che desidero. Ho una laurea in Scienze Politiche Istituzioni e Politiche per la Pace e i Diritti Umani, ovvero in Scienze della Disoccupazione a lungo termine. Il titolo l’ho ottenuto non frequentando l’università bensì girando il mondo, e presentandomi a Padova solo durante la sessione degli esami. I banchi non mi sono mai piaciuti e ho sempre pensato che la pratica fosse meglio della teoria.

Amo viaggiare, e ho tentato la mia prima fuga a quattro anni quando ho “preso in prestito” cinquantamila lire che mio papà aveva nascosto nella credenza. Ho salutato mia nonna che abitava nell’appartamento di fianco, chiedendole di lasciare detto ai miei che sarei partita per un po’ approfittando del fatto che si erano addormentati. Mi hanno bloccata
subito. Ci ho riprovato 17 anni dopo ed è andata bene”.

Copertina libro

Copertina del libro

Qualcuno deve aspettare di avere 70 anni prima di raccontare la sua storia, io l’ho racchiusa in questo libro, per riderci sopra, ma soprattutto per riunire tutte quelle avventure di cui tanti di voi fanno parte per raccontarle un giorno ai nipotini. Perché se è vero che il percorso è stato travagliato, pieno di insidie, di giornate trascorse a chiedermi “e adesso come me la cavo” è anche vero che ho avuto la possibilità di vivere esperienze incredibili.

E ne sono fiera, perché l’ho fatto senza un Euro, e senza conoscenze, e senza raccomandazioni, anche perché, lo ammetto, con il caratterino che mi ritrovo è più facile che mi diano un calcio più che una “spintarella”.

Colgo quindi l’occasione per ringraziare tutti i ragazzi e ragazze che ho conosciuto durante il mio girovagare per il mondo. Mi hanno insegnato a vivere con lo zaino in spalla, a mollare i tacchi e vivere senza scarpe, a montare una tenda, dormire e a dormire in un camping anni ’30 come questo. Non ho scordato chi mi ha offerto il suo divano mentre cercavo casa e lavoro. E nemmeno quel caffè siriano che bevevo tutti i pomeriggi con i profughi del centro di accoglienza in Svizzera discutendo di politica, fumando sigarette e giocando a scacchi.

CampingApprofitto anche per ringraziare mio papà per quel messaggio che mi ha inviato mentre ero sola e in cerca di un impiego a Parigi gli chiedevo cosa dovevo fare? e lui candidamente mi ha risposto:”Tu hai mille risorse, futtettenne”. E così ho fatto.

Non diventerò un novello Neruda, e nemmeno una giornalista di successo. Però mi sono divertita e ho realizzato il mio seppur piccolo desiderio. In fondo non mi interessa arrivare da nessuna parte, è il viaggio la parte più divertente.

SarajevoSognate, credeteci, rischiate e credetemi: Il master e l’Università prestigiosa fanno la loro parte sul cv, ma la passione, quella non la si compra, la si impara e farà gola a colui che un giorno vorrà assumervi, anche in tempi neri come questi.

In bocca al lupo.

Alessia Bottone

IL GIORNO DELLE VERITÁ

Gli-stagistiIn casa Bottone ultimamente girano diverse massime.

Nessuna citazione di Ovidio, Platone, Wilde o chicchessia, tutte di mio papà, ovviamente.

La migliore, quella che ho deciso che sarà mia, è “la paura fotte l’uomo”.

Mi sono chiesta quante volte non agiamo per paura delle conseguenze, quante volte non ribaltiamo il tavolo, per mancanza di coraggio, e quante altre volte rimaniamo paralizzati di fronte ad un treno che sta partendo e che forse non ripasserà.

Ovviamente mi riferisco alla questione lavoro, per quanto riguarda l’amore, questo non è il blog giusto per fare questo tipo di riflessioni. Se nella mia vita avessi seguito ciò che dice il titolo della commedia di Giocosa “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, e non sa quel che trova ” non avrei combinato un tubo.

Perché vi sto facendo questo discorso serio di domenica mattina? Semplice, perché è l’unico momento che ho trovato, e perché credo che tutti noi dovremmo darci una possibilità e crederci fino all’inverosimile.

Sto leggendo “Sono come il fiume che scorre” di Coelho, e l’ho trovato, esaltante a dir poco, anzi no, stimolante. Perché? Perché, senza nulla togliere allo scrittore, e con molta umiltà, mi sento di dire che tutti i suoi pensieri, sono passati nella mia testa ancor prima di trovarli scritti nel suo libro.

Li ho trascritti mentre era seduta su una sedia a dondolo osservando i bambini del Costa Rica giocare, li ho maturati mentre guardavo il sole tramontare sul centro profughi di Goumois, osservando le stelle dell’Uganda, mentre mi trovavo in un hotel a 400 stelle  con tanto di soldati con fucile a fare da guardia mentre mi trovavo in missione con le Nazioni Unite (da semplice stagista, che non ci sbagliamo vero).

Non pensavo in quel modo da anni, ed è stato un tuffo nel passato che mi ha lasciata senza fiato, non riuscivo più a staccarmi dal libro. Tutto questo per dirvi che se per caso, state pensando di abbandonare tutto (tutto cosa?? Non nascondetevi dietro scuse banali, so benissimo che siete degli squattrinati come me, al massimo avete 56 rate dell’auto da pagare da lasciare, tutto di guadagnato), se state meditando di vendere banane per pagarvi il corso di teatro/comico/arredatore/social media marketing super expert/ o art designer, FATELO!

Fatelo, chi se ne frega se le cose andranno male, se tornerete e vi punteranno tutti il dito contro, se non otterrete nulla, raccoglierete esperienza, volti diversi, mille amori o forse nessuno, cene con gente che magari non rivedrete mai più ma che potreste chiamare tra 10 anni per un caffè in una stazione di Verona.

Per anche solo uno di quei momenti io rifarei tutto quello che ho fatto. Laverei le tazze dei clienti irlandesi, pulirei i pavimenti del bar di Parigi, riaffronterei la stagista rompiscatole che odiavo quando vivevo a Bruxelles…e riguarderei il mio capo, mentre entra in ufficio e mi dice: “Volevi vedere l’Africa vero, era il tuo sogno? E allora prenota il vaccino, perché vieni in Uganda con noi in missione”.

Lungi da me dal voler dare lezioni di vita. Penso solo che se non avessi conosciuto le persone che ho incontrato e se non avessi letto nei loro occhi la gioia del conoscere e del fare domande, non avrei mai preso un valigia in mano, e dio che bello alzare i tacchi e andarsene.

Un mio amico una volta mi ha detto:

” Non si può mica viaggiare e scappare per sempre”.

“E perché no?”

“Non lo so, qualcuno mi ha detto così”.

Spero che il vostro cammino sia fatto di coraggio e di incontri, e quando dovrete decidere se rischiare o meno non preoccupatevi della risposta, se ci state pensando, vuol dire che lo state già facendo.

Alessia

“LAVORI?”-” UN PO’, MA NIENTE DI SERIO”

foto 3Italia 1970.

Diploma, laurea (forse), matrimonio, casa, figli, andate in pace.

Italia 2014. 

Diploma, laurea, Erasmus, Master, Dottorato, stage, apprendistato, capelli bianchi, contratto a progetto, stage, co.co.co o co.co.de, cameriere a Londra, spazzacamino in Francia, porta pizze in Italia, gelataio in Germania, stage (di nuovo??), matrimonio (non scherziamo proprio), figli (e chi li mantiene?), 80 Euro di Renzi= più kebab per tutti, contratto a tempo determinato, flessibilità.

La nostra società è cambiata. Il mondo del lavoro (un mondo peraltro sconosciuto) pure. Se nel 1970, 1980 e 1990 l’iter nasco-cresco-imparo-evolvo e mi riproduco era abbastanza lineare, oggi la procedura risulta essere più complicata e, a voler essere sinceri, non sempre confluisce in un miglioramento, al massimo in uno stage, o in un Erasmus per 50enni, così giusto per “reinventarsi” e stare sul pezzo.

Ormai ci “abbiamo fatto il callo” e in fondo “Precariare “, diceva una mia collega quarantenne con le occhiaie fino alle ginocchia, alla quale non ho avuto il coraggio di rispondere: “Veramente mi sembra che tu sia messa maluccio”.

In chat, su whatsapp, via sms, non ci si chiede più come va. Si arriva direttamente al sodo. In genere inizio i lunedì mattina in modo molto gradevole con amica 1 che scrive”io non garantisco per oggi, forse mi licenzio”, amica 2 che scrive” No dico ed io ho fatto tutto questo per ottenere questo” e amico 3 che tenta un remake di “Come uccidere il proprio capo e vivere felici” per concludersi in amica 4 che mi scrive “Dammi un buon motivo per restare, a parte le due settimane di contratto a chiamata ( e sempre se chiamano).

Nella disperazione io mi diverto un sacco a rispondere ai loro messaggi, siamo una sorta di terapia di gruppo, due insulti e passa la paura insomma.Fino qui tutto nella norma insomma. Ciò che veramente disturba però è chi se ne approfitta di questa insana situazione.

Immaginate di avere ancora 19 anni e di essere pronti per la vostra carriera universitaria.Qualcuno, dei pazzi forse, hanno scelto di occuparsi degli altri. Sì, lo sappiamo, non va di moda, ma c’è ancora qualche personaggio idealista in giro che spera di mettere giù qualche mattoncino per costruire un mondo migliore, o forse per non vederlo peggiorare tutto ad un tratto.

Ma torniamo a noi. Lui o lei hanno scelto facoltà tipo psicologia, scienze politiche, scienze dell’educazione, etc, e sono pronti ad avventurarsi nel mondo del sociale ma, non sono consapevoli che il mondo del sociale, non ha nessuna intenzione di lasciarli entrare, perché non sia mai a dire che i 900, 00 Euro al mese di stipendio vengano condivisi con altri pazzi e idealisti disposti a lavorare per tale cifra!!!

Succede allora, che si comincia con uno stage, senza rimborso spese, si finisce con un volontariato che volontariato non è, e poi si conclude con un altro stage per tutelare i diritti umani, per associazioni che vogliono promuovere valori quali la giustizia, la cooperazione, la salute, e diritti quali il lavoro. ….del diritto però ad essere ricompensati, nessuno ne parla!

Paradossale no? Associazioni e ong che tentano di consapevolizzare gli esseri umani in merito ai loro diritti inviolabili, per poi ritrovarsi a dire” ci dispiace stagista e o finto volontario, il massimo che possiamo offrirti è una scrivania per lavorare per noi, ma sappi che è un grande onore, perché li fuori siete tanti candidati, c’è solo l’imbarazzo della scelta”.

Eh già perché per fare del bene, devi avere le spalle coperte, perché la gavetta è lunga, e al massimo ti ringrazieranno con due pacche sulla spalla. Però sei stato scelto, mica pizza e fichi.

Dopo aver fatto un po’ di sano sarcasmo vi allego il link della mia inchiesta nel mondo del No Profit. Vi farete un’idea, o forse solo il sangue amaro, o forse costituirete un gruppo di alleanza come il nostro. In ogni caso qualcosa farete, e sarà meglio che non far nulla, vista la tendenza attuale all’omertà.

Il No profit che non paga

Alessia

 

UNA FESTA PER CAMBIARE

tuttosumiamadre28 Marzo, Festa delle donne.

“Sai Alessia, tu parli spesso di disoccupazione, ma non ti occupi di chi un lavoro ce l’ha e non lo soddisfa”.

Mi ricordo di questa conversazione come se fosse ieri. Ero basita, una frase del genere, in tempi neri come questi,  sembra quasi una sfida nei confronti di chi invia cv che finiscono direttamente nello spam.

Un anno dopo mi rendo conto che, forse, quella ragazza non aveva tutti i torti.

Parlo poco di chi il suo lavoro non lo sopporta, di chi vorrebbe cambiare, ma non ci riesce, di chi un lavoro ce l’ha ma non sa dove lasciare i figli durante tutte quelle ore perché mancano i servizi,  di chi lavora tanto e si ritrova a fine mese con il porcellino vuoto e i sensi di colpa per non essere riuscito, neanche questa volta, a mettere via qualcosa, o magari a pagarsi un affitto di casa e sentirsi indipendente.

Una festa per ricordare, una festa per cambiare

Oggi che è l’8 Marzo allora ho colto l’occasione per pubblicare una lettera di una “madre indignata” che si ritrova a fare i conti con un problema all’italiana, la mancanza di asili, le graduatorie, le rette, la difficoltà di essere donna, madre, disoccupata e qualche volta lavoratrice perché essere mamme in Italia può essere molto difficile, se non hai una nonna che ti tiene i bambini, se guadagni meno di quanto ti chiedono per tenerlo il tuo bambino, se il tuo capo spera che tra carriera e famiglia, sceglierai sempre la prima, se per motivi diversi sei rimasta sola e sei giovane, e devi imparare a fare da papà oltre che da mamma.

La lettera

“Ciao Alessia Sono una ragazza madre di 30 anni  residente a Settimo milanese dagli anni 80, a dicembre è nato il mio bimbo cercato con tanto amore. Purtroppo la ditta nella quale lavoravo ha chiuso e perciò risulto disoccupata, monoreddito con un mutuo e un figlio a carico,  ho compilato il modulo per iscrivere mio figlio al nido nella certezza venisse inserito così da poter cercare lavoro, che molto probabilmente ho trovato, ma ecco la sorpresa leggendo le graduatorie del nido, siamo in lista d’attesa!

Rimango basita leggendo nell’elenco dei bimbi accettati la presenza di nomi di bambini che devono ancora nascere, possibile?! Sì per il comune  questo è un criterio corretto, mi hanno dato dei nominativi di nidi privati convenzionati ma in altri comuni, bisogna pagare all’iscrizione una tassa cospicua più pannolini, lavanderia ecc tutto fuori dalla retta mensile (io pagherei 260 euro l’iscrizione, 210 euro pannolini più mensilmente 50euro di lavanderia e 180euro di retta, 40euro di pre e post scuola) se il nido non accetta mio figlio perché ci sarebbe da fare un’altra graduatoria, i soldi dell’iscrizione vengono persi, per una persona che non ha lavoro vi sembra logico?!

L’altro suggerimento del Comune è quello di accettare il lavoro e affidare il bimbo ad una tata, quindi lavorerei per dare lo stipendio alla baby sitter…?Nel frattempo aspettare l’anno prossimo per le nuove graduatorie.Sono molto dispiaciuta, ma sono arrivata alla conclusione che forse al comune interessa di più  incassare 400 euro a bambino, invece che 180, senza tutelare chi è in difficoltà. Una madre indignata.”

Per tutte le mamme e le donne il mio augurio che da Facebook è direttamente passato su Uninews 24 grazie a Valeria Esposito Vivino.

“Per me il vero 8 marzo sarà il giorno il cui non ci vorranno le quote rosa per vedere le donne in Parlamento o nei Consigli di Amministrazione; non sarà necessaria una legge più severa per punire la violenza; non ci sarà bisogno di una rivoluzione per poter guidare, studiare, parlare ; quando nessuno penserà “in fondo se l’è cercata, aveva la gonna corta”; quando chiuderanno le associazioni che curano le donne acidificate del Pakistan, o quelle che salvano le bambine e le donne dai matrimoni obbligati e dalle lapidazioni; quando il gap salariale sarà un lontano ricordo, quando ai colloqui non chiederanno “hai intenzione di fare figli, sennò la risposta è no”, quando le donne avranno smesso di emulare gli uomini per sentirsi meno fragili e quando gli uomini avranno capito che sì, ce la facciamo da sole, ma che non possiamo e non vogliamo fare a meno di loro”.

Alessia Bottone

HAI SCELTO PROPRIO IL MOMENTO SBAGLIATO

“Mi daresti qualche consiglio per poter fare questo lavoro?”

Risposta: “Hai scelto proprio il momento sbagliato”.

Avanti, non siate timidi, quanti di voi se lo sono sentiti dire in questo funesto periodo, che peraltro affonda le sue radici ancor prima del 2008, bensì nel 1987 durante LA CRISI.

Da che sono nata mi ricordo che c’è una crisi, ma sorvoliamo.

Torniamo a noi.

Ogni volta che ci azzarda a chiedere una qualche informazione in merito ad una professione che non sia il chirurgo, il magnaccia o lo scafista ti rispondono così.

Ora, ammesso e concesso che sia pure vero quello che mi rende furiosa non è la crisi in se, che tra l’altro è ufficialmente iniziata quattro giorni prima della mia laurea bensì la maniera italiota di lavorare.

Non sono mai stata una di quelle che dice “all’estero va tutto bene”, ma vi posso assicurare che lì un si è un si e un no vuol dire ancora no, non ni, come piace tanto rispondere agli italiani.

Abbiamo ormai appurato che diventare multitasking è risultato solo un modo per indorare la pillola del multiskazzing che tra l’altro non comporta un miglioramento a livello di denari e fiorini, visto che il risultato è sempre 0 Euro e quindi convengo con chi dice che lo sbattimento non porta grandi frutti ma un gran giramento di olive.

Allora, propongo un bel gioco per il 2014. Impariamo a dire:”Non mi interessa”.

Prendiamo delle email a caso di coloro che ci inviano i loro cv, le loro richieste di collaborazione, le loro supplichevoli parole di speranza e fiducia nelle loro capacità e rispondiamo :” Né ora e né mai”.

Impariamo a farcene una ragione e a chiudere capitoli, libri, enciclopedie, volumi stratosferici si speranze.

Perché la gente ci spera, eccome se ci spera ed è un peccato sapere che tutte le loro speranze siano racchiuse in un messaggio di posta elettronica o in una telefonata alla quale non si risponderà, mai.

Buon 2014 a chi resta, a chi se n’è già andato, a chi si chiede che ne sarà di lui.

Ps. Siccome mi piace chiudere in bellezza vi allego un post comico dedicato al lavoro. Buona lettura

Ora che hai un lavoro

Alessia

 

“CIAO ALESSIA, PER NOI È SI”

20131115_214547Verona, 16 Ottobre 2013.

“Ciao Alessia, volevo dirti che il tuo progetto mi piace e che pubblichiamo il tuo libro”.

L’ho ascoltato 1978 volte quel messaggio. Non potevo crederci.

Sta succedendo proprio a me?

Poi ho cambiato sim del telefono e sono passata a Tim e il messaggio in segreteria si è cancellato. Peccato. Poco male, in ogni caso non dimenticherò mai quel momento.

Oggi, a distanza di un mese da quel giorno è arrivato il contratto e nel 2014 uscirà il secondo libro con la casa editrice Kowalski, Idee editoriali Feltrinelli.

Vedete, quest’ anno me ne hanno dette di tutti i colori. Più mi dicevano non ce la farai mai e più mi intestardivo.

“C’è la crisi Alessia.” E chi se ne frega della crisi!

“Non hai la laurea giusta.”

La laurea l’ho presa per essere libera, non per farmi incastrare dai luoghi comuni.

Se vi faccio questo discorso è per dirvi che non importa dove arriverete, l’importante è provarci, crederci e fare di tutto affinché ciò che desiderate si realizzi.

Con “Amore ai tempi dello stage” volevo lanciare un messaggio. Anche se sono “piccola”, anche se sono sconosciuta ce la farò. Non so se ce l’ho fatta, ma ci ho provato.

E dal primo libro, poi è arrivato il secondo. Forse potrebbe concludersi tutto, forse potrei andare avanti, non lo so. Forse darò sempre e solo una precaria da “Megaditta”, oppure una precaria che scrive libri. L’importante è che io resti la sognatrice di sempre.

E che possa essere così anche per voi.

Dedicato a chi ha un sogno che non lo lascia dormire. A chi non può far altro che inseguirlo.

“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare.” H.L. 

Alessia

VITA PRECARIA DI GIOVANI TACCHINI

BergamoCari lettori,

un post velocissimo per aggiornarvi. Sono di corsa visti i numerosi eventi che mi attendono per il libro! Sono talmente iperattiva che a volte mi chiedo come faccia ad essere così squattrinata! L’equazione non mi torna!

Comunque, mi ha scritto Angelica Isola, giornalista radiofonica impiegata alla Radiotelevisione svizzera segnalandomi il libro che ha da poco pubblicato.: “IL MURO, Vita precaria di giovani tacchini” (Ed. Fondazione Mario Luzi).

Il titolo è davvero invitante e quindi ho deciso di condividerlo con voi….chissà, magari ci s può trovare qualche spunto per la nostra vita precaria!

Per tutto il resto vi aggiornerò a breve. Posso solo dirvi per ora che vi aspetto a Seriate alle 20.30  per la presentazione di Amore ai tempi dello stage in collaborazione con la CGIL Bergamo.

A presto!

Alessia