L’ARTICOLO 18

articolo18_01Cari lettori, 

scusate per la lunga assenza. Non mi sono certo scordata di voi, anzi! Vi ho nominati più volte in questi giorni! Sono stata molto presa dal lancio del libro. Ho appena ricevuto la mia copia e vi confesso che l’emozione di averlo fra le mani è stata grande. Ancor più bello è stato vedere mia mamma e la mia amica Paola commuoversi di fronte alla dedica. Insomma, ho fatto qualcosa di buono! Come già saprete il libro è disponibile presso le librerie Feltrinelli e chiunque ne avesse voglia può prenotare una copia!

Ma torniamo a noi, al blog, a voi di Danordasud. Oggi ho il piacere di pubblicare un articolo di Silvia Altobel, una studentessa di Padova che mi ha inviato alcune considerazioni e un’attenta analisi sull’articolo 18 dello Statuto del lavoratori. Come sempre si apre il dibattito, quindi avanti tutta!

Buona lettura!

ART.18 DELLO STATUTO DEI LAVORATORI; dalla riforma alla realtà

Legge 20 maggio 1970, n. 300

Articolo 18

(Reintegrazione nel posto di lavoro)

Ferma restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della legge predetta o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subito per il licenziamento di cui sia stata accertata la inefficacia o l’invalidità a norma del comma precedente. In ogni caso, la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione, determinata secondo i criteri di cui all’articolo 2121 del codice civile. Il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al comma precedente e’ tenuto inoltre a corrispondere al lavoratore le retribuzioni dovutegli in virtù del rapporto di lavoro dalla data della sentenza stessa fino a quella della reintegrazione. Se il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell’invito del datore di lavoro non abbia ripreso servizio, il rapporto si intende risolto. La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma e’ provvisoriamente esecutiva. Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’articolo 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro. L’ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l’ha pronunciata. Si applicano le disposizioni dell’articolo 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile. L’ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa. Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’articolo 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero all’ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l’ha pronunciata, e’ tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all’importo della retribuzione dovuta al lavoratore. (testo originario)

 L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge 20 maggio 1970, n. 300) si applica solo alle aziende con almeno 15 dipendenti e afferma che il licenziamento è valido solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo; in assenza di questi presupposti, il lavoratore può fare ricorso.

Prima della Riforma del lavoro del 2012, il giudice – una volta riconosciuta l’illegittimità dell’atto di licenziamento – era obbligato ad ordinare la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro e il risarcimento degli stipendi non percepiti, oltre che il mantenimento del medesimo posto che occupava prima del licenziamento. In alternativa, il dipendente poteva accettare un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultimo stipendio, o un’indennità crescente con l’anzianità di servizio. Con la riforma del 2012 ( l n.92 del 2012), l’ articolo 18 nel suo testo viene modificato e le nuove norme superano l’ automatismo tra licenziamento ritenuto illegittimo e reintegrazione del lavoratore, distinguendo tra tre tipi di licenziamento: discriminatorio, disciplinare ed economico. Ma nello specifico quali tipi di cause concorrono a questi tipi di licenziamenti??

Si parla di licenziamento discriminatorio quando il  licenziamento è determinato da ragioni di credo politico o fede religiosa; dall’appartenenza ad un sindacato a dalla partecipazione a scioperi ed altre attività sindacali; dal sesso, dall’età, dall’appartenenza etnica o dall’orientamento sessuale.

In caso di licenziamento discriminatorio, come avveniva con la precedente normativa, l’atto viene dichiarato nullo ed applicata la sanzione massima: reintegrazione (o “reintegro”) con risarcimento integrale (pari a tutte le mensilità perdute ed ai contributi on versati).

Le stesse regole si applicano in caso di licenziamento orale (cioè comunicato solo verbalmente), o quando il licenziamento è avvenuto in concomitanza col matrimonio, con la maternità o la paternità.

Ci troviamo dinanzi ad un licenziamento disciplinare quando  il licenziamento è motivato dal comportamento del lavoratore. Può essere per “giusta causa” – cioè quando si verifica una circostanza così grave da non consentire la prosecuzione, nemmeno provvisoria, del rapporto di lavoro – o per “giustificato motivo soggettivo”, cioè in caso di notevole inadempimento degli obblighi contrattuali da parte del lavoratore. In questo caso il  giudice può ritenere che non ci siano gli estremi per il licenziamento per due motivi: perché il fatto non sussiste; oppure perché il fatto può essere punito con una sanzione di altro tipo. Però può decidere se applicare, come sanzione, la reintegrazione con risarcimento limitato nel massimo di 12 mensilità, oppure il pagamento di un’indennità risarcitoria, tra le 12 e le 24 mensilità, senza versamento contributivo.

Il licenziamento economico invece, può essere anche motivato da “giustificato motivo oggettivo”, cioè da ragioni inerenti “l’attività produttiva, l’organizzazione del lavoro e il regolare funzionamento di essa”. Ad esempio, quando una nuova modalità produttiva o una contrazione del mercato impongono all’azienda di ridurre il numero di addetti ad una certa mansione. Se il giudice accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo oggettivo, può condannare l’azienda al pagamento di un’indennità risarcitoria in misura ridotta, da 12 a 24 mensilità, tenendo conto dell’anzianità del lavoratore e delle dimensioni dell’azienda stessa, oltre che del comportamento delle parti. Se però ritiene che l’atto è “manifestamente infondato”, applica la stessa disciplina della reintegrazione dovuta per il licenziamento disciplinare.

–       Ma di fatto come è cambiato l’ articolo 18 dello statuto dei lavoratori???

–       Quale cornice si è delineata attorno a questo articolo modificato e rimaneggiato??

Secondo Marco Marrazza professore ordinario dell’ università di Teramo

“La prima cosa che colpisce del nuovo testo dell’art. 18 della legge n. 300 del 1970 (in avanti, per semplicità, art. 18) è certamente la pluralità dei regimi sanzionatori e, soprattutto, la diversa entità delle sanzioni applicabili al licenziamento invalido intimato da datori di lavoro che superano i requisiti dimensionali richiesti per l’applicazione della tutela reale dal vecchio art. 18 (oggi ribaditi dall’art. 18, commi 8° e 9° con la conseguenza che per le piccole imprese, come si vedrà infra al n. 6, poco cambia).”

E continuando la sua dissertazione afferma che:

“l’impressione generale che se ne ricava, però, è che il nuovo e più complesso sistema sanzionatorio, la cui valorizzazione economica non può prescindere dal fatto che in caso di reintegrazione il lavoratore può sempre optare per l’indennità aggiuntiva di quindici mensilità sostitutiva del posto di lavoro (art. 18, commi 3° e 4°), non offre soluzioni di facile comprensione per gli investitori stranieri e rischia di non agevolare la definizione transattiva di potenziali controversie per la difficoltà – come vedremo (si veda, in particolare, ai n. 4, 8, 9, 10) – di predeterminare in modo certo la sanzione eventualmente applicabile al caso concreto e, quindi, il parametro di riferimento di qualsiasi decisione imprenditoriale e conseguente negoziazione transattiva. Ne deriva, quanto meno, che l’art. 18 difficilmente produrrà un effetto deflattivo del contenzioso almeno fino a quando il Giudice non formulerà in prima udienza la proposta transattiva (il cui rifiuto può costituire comportamento valutabile ai fini del giudizio ai sensi dell’art. 419 cod. proc. civ.), implicitamente svelando il suo orientamento sul tipo di regime sanzionatorio che, in quel momento, riterrà più appropriato al caso.”

Meno morbida è la posizione del professore Sampognaro Giuseppe che afferma :

“Penso che, in entrambi i casi, il lavoratore subisca “qualcosa”. Pur non comprendendo perchè l’Art.18 deve essere applicato solo a quelle Aziende con un numero superiore a 15 dipendenti, reputo che gli imprenditori, per non subire le conseguenze del suddetto articolo, da alcuni mesi stipulano con i loro dipendenti quasi sempre contratti a termine. Escludendo quindi solo i lavoratori che hanno incarichi a tempo indeterminato, l’attuale Art.18 non potrà, nei prossimi anni, essere applicato a quasi tutti i futuri occupati, perchè i datori di lavoro, come già affermato, al termine del contratto “licenzieranno” definitivamente il dipendente e non lo riassumeranno se non capace o se non segue “perfettamente” le loro “idee”. Per l’imprenditore che ha stipulato un contratto a termine con il suo dipendente l’Articolo 18, modificato o non, non creerà alcun problema perchè egli “sopporterà” il lavoratore sino al termine del contratto decidendo poi se riassumerlo o non. Certamente l’Articolo in questione danneggerà,in entrambi i casi, notevolmente i dipendenti con contratti a tempo indeterminato e di una certa età, che difficilmente potranno ritrovare un posto di lavoro.”

Concludendo poi sostenendo :

“Secondo la mia opinione la modifica dovrebbe garantire il lavoratore con uno stipendio sino a quando egli troverà un nuovo posto di lavoro e non applicarsi a dipendenti con almeno 25 anni di servizio se non sarà loro garantito uno scivolamento di contributi per avere, quindi, un trattamento pensionistico. Reputo che il migliore risultato può essere raggiunto dalle parti sociali e dal Governo con un proficuo dialogo. I lavoratori da un lato e gli imprenditori dall’altro dovrebbero trattare, cercando non tanto di accettare o modificare il presente articolo 18, quanto trovare nuove regole di compartecipazione al fine ultimo di ottimizzare le Aziende e renderle più concorrenziali nel mercato europeo e mondiale. D’altro canto è logico che un imprenditore tratta meglio un dipendente che migliora la produzione della sua Ditta e il lavoratore desidera che l’azienda dove lavora progredisca per non essere in pericolo di licenziamento.”

Reazioni e opinioni personali che fanno riflettere e che inevitabilmente entrano in contrasto con il pensiero del ministro Elsa Fornero  fautrice delle modifiche all’ articolo 18 dello statuto dei lavoratori che si disse rammaricata commentando le manifestazioni sindacali contro la manovra e le reazioni di Cgl, Cisl e Uil all’ intervento sull’ articolo prospettato dal governo monti :

“Non la capisco, e mi preoccupa anche molto, non sul piano personale, ma per le sue implicazioni per il Paese” e commenta la Fornero a Montecitorio  “Sono rimasta dispiaciuta e sorpresa  per un linguaggio che pensavo appartenesse a un passato del quale non possiamo certo andare orgogliosi”: una “personalizzazione dell’attacco che non fa merito a chi lo ha condotto”.

E se da una parte vi era la Fornero che dichiarava ” nessuna marcia indietro” sull’ articolo 18 al tg 24 in data 22 marzo 2012  e  il premier Mario Monti assicurava “Eviteremo gli abusi sui licenziamenti economici”, dando comunque ad intendere sostegno al progetto della Fornero , Il 13 settembre 2012 lo stesso premier che aveva definito  la riforma dell’ art. 18 come una “riforma storica “, ora a distanza di mesi, in un intervento in teleconferenza   al XXVI Convegno della Società Italiana di Scienza Politica all’Università Roma Tre dichiara:

 “Alcune disposizioni dello Statuto dei lavoratori, ispirate a un intento nobile di difendere i lavoratori, hanno determinato un’insufficiente creazione di posti di lavoro”.

Che la crisi economica sia una realtà consolidata ormai da tempo questo è vero, ma non si può non notare che effettivamente l’ articolo preso in esame e modificato dal Ministro Fornero di fatto ha contribuito notevolmente a diminuire la creazione di posti di lavoro e a facilitare i contratti a termine creando situazioni precarie dove un giorno lavori e l’ altro sei di nuovo in cerca di un impiego.

SILVIA ALTOBEL

 

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