COME SI FA AD ESSERE “MENO CHOOSY”?

Ciao,

seguo da un po’ questo blog e ho deciso di dare il mio contributo, anche perché vedo che molti post riguardano laureati in materie umanistiche e, seppure le statistiche dicono che tra questi ci siano più disoccupati e precari,ci tengo a precisare che siete in buona compagnia!
A 18 anni, fresca di diploma (commerciale) vado a fare il mio primo colloquio. Ripeto 18 ANNI APPENA COMPIUTI. Mi siedo davanti a queste 3 persone, il direttore del personale, una psicologa e una non so che. Mi dicono che ho 5 minuti per parlare di me. Ero pronta a questo tipo di domande, nella mia scuola ci avevano preparato ai colloqui. Così comincio a parlare, del mio diploma e delle mie capacità relazionali, ma dopo molto meno di 5 minuti mi fermano e cominciano a farmi delle domande.
Sei fidanzata? Lo ero, e sapevo bene che non era un punto a mio favore, ma pensavo che mentire sarebbe stato rischioso nel caso la cosa fosse andata avanti. Così rispondo che “vedevo un tipo” e non mi ero mai preoccupata di poterlo definire o meno il mio fidanzato, insomma avevo solo 18 anni. Pensavo, povera ingenua che la cosa sarebbe finita lì. “Ma com’è lui? È geloso?” -ma non stavamo parlando di me?-“Se dovessi andare fuori per lavoro come la prenderebbe?” 
-potreste cominciare a chiedere cosa ne penso io, magari? Non so, volete il suo di curriculum?- Rispondo che non accetto nessuna ingerenza nella mia vita personale. Lascio loro un attimo per metabolizzare questa mia presa di posizione, poi fingo che non mi riferissi a loro e sorridendo continuo: “quindi se lui non fosse d’accordo sarebbe un suo problema”. La psicologa mi sorride, forse è l’unica ad aver capito e cambia discorso. Mi parlano a grandi righe del lavoro, e in modo molto vago di rapporti con banche e fornitori e di autonomia, insomma facevano di tutto per farmi intendere che si trattava di un ruolo importante. Comincia un po’ a puzzarmi, a scuola mi avevano anche detto di far attenzione a proposte di lavoro che sembrano un po’ eccessive per neodiplomati, perché potrebbe servire a trovare il “fesso che mette le firme scomode”. Comunque mi dicono che mi avrebbero fatto sapere. Scopro attraverso amici che hanno fatto il colloquio praticamente a tutti i diplomati in aree commerciali di quell’anno della mia zona, continuo a pensare al perché volessero uno appena diplomato per un ruolo che loro definivano importante e totalmente autonomo. Comunque passa più di un mese e mi richiamano per un secondo colloquio che io rifiuto perché nel frattempo avevo trovato il coraggio di tornare sui miei passi, e dopo il diploma commerciale sono tornata a quella che ho sempre creduto la mia vocazione: mi ero iscritta al corso di laurea in fisica. Una mia amica che ci è andata ha scoperto, solo dopo averlo chiesto esplicitamente ed aver insistito, che questo lavoro importante che ancora non si capiva cosa fosse sarebbe stato pagato 500€-600€ al mese per 8 ore al giorno, ma naturalmente se ci fosse stato bisogno potevano diventare di più (le ore, non la paga) e che queste gite fuori porta per lavoro potevano ANCHE essere rimborsate, ma erano dettagli di cui parlare EVENTUALMENTE al momento.
Pochi giorni dopo quel colloquio cominciai a fare la cameriera perché volevo mantenermi da sola all’università  Colloquio: mi serva una persona pulita, educata che si dia da fare, ok? Ok.  Così cominciarono 4 anni di lavoro per l’80% in nero, pieno di tentate umiliazioni (perché non ci è mai riuscito ad umiliarmi sul serio, era lui a doversi vergognare), parolacce, nervi a fior di pelle, e alla fine tanta tanta nausea appena cominciavo a vestirmi per andarci. Con una mia collega ci dicevamo che se ci avesse violentato, avremmo potuto dire che ce le aveva fatte tutte. Preciso che fare la cameriera neanche mi dispiaceva, ma in genere il rapporto capo-dipendenti in questi posti è disdicevole, spesso i clienti ti trattano come una serva, ma il cliente prima o poi se ne va, il capo lo devi sopportare per 10 ore. Ma non sono qui a parlavi di questo, perché per fortuna tutto questo ad un certo punto è finito (anche se penso sia solo una bella pausa). Questi 4 anni un po’ marroncini sono serviti a mantenermi mentre prendevo la laurea triennale, dopo la quale, seppure iscritta alla specialistica comincio a guardarmi intorno perché volevo assolutamente lasciare quel posto. Mentre cercavo i programmi della specialistica capito in una sezione del sito dell’università che non avevo mai visto, di cui non avevo mai sentito parlare: la sezione dove venivano pubblicati i bandi per le collaborazioni. Comincio a consultarlo spesso e dopo mesi, accanto a tutti i bandi che richiedevano dottorati, master, pubblicazioni ed esperienze documentate compare un bando aperto ai laureati triennali. 1000€ in 3 mesi. Partecipo, e dopo la semplicissima valutazione dei titoli, vado al colloquio con il responsabile del progetto. Ma tu stai frequentando la specialistica? Pensavo più ad un triennale che aveva deciso di non farla, comunque sei l’unica candidata. Gentilissimo! Faccio notare che magari quelli che stanno cercando lavoro, per 300€ al mese vanno a fare uno stage fuori dall’università che è più utile nel curriculum (oddio lo pensavo davvero all’epoca  e lui mi risponde che naturalmente la cifra è quella perché era un contratto occasionale che non richieda né un tempo pieno, né continuato nei 3 mesi, e quindi il fatto che fossi una studentessa non era un problema per lui, solo non vorrebbe sentirsi in colpa per i miei eventuali ritardi nel dare gli esami. FATTI MIEI. Così in uno dei giorni più belli della mia vita lascio il vecchio lavoro, penso che anche per soli 3 mesi è meglio fare una pausa da lì e comincio questa nuova avventura, che va benissimo, sono contenta del mio lavoro, vicino ai miei interessi e ai miei studi, i ricercatori che mi seguono sono contenti di me. Nessuno mi prende a parolacce, non devo temere che qualcuno mi lanci contro oggetti, nessuno mi ritiene responsabile se qualcosa che io non ho mai toccato si rompe, insomma un paradiso. Che dopo 3 mesi finisce, ma mi dicono che ora ho la tanto famosa “documentata esperienza” e devo continuare a tenere sottocchio i bandi. Dopo pochi mesi ne trovo un altro, e poi un altro, e poi un altro, man mano che lavoravo avevo più titoli e avevo più possibilità. Così 3/6 mesi alla volta, tra un dipartimento e l’altro, tra un gruppo di ricerca e un altro, ho lavorato all’università per 26 mesi negli ultimi 3 anni, guadagnando in genere sui 700€ al mese. Ed ora sono qui, a 25 anni con l’ennesimo contratto in scadenza, nel frattempo ho preso la laurea specialistica e mi chiedo cosa fare. Devo tentare con il dottorato, che a me piacerebbe molto ma poi che faccio? Dopo non credo ci sia spazio qui all’università e fuori con il dottorato non vali quasi più niente. Penso che se faccio il dottorato avrò comunque meno di 30 anni dopo e qualche soldo in più da parte, ma magari fra 3 anni saremo considerati vecchi già a 25 anni.
Devo lasciar stare l’università e buttarmi fuori, lasciare 1000€ al mese sicuri per 3 anni per mettermi a fare anni di stage gratuiti nella speranza di beccare qualcosa? Per risentire le domande del mio primo colloquio (anche se ”per fortuna” adesso non sono fidanzata)? Il problema è che qui dalla mie parti non c’è un granché  la mia famiglia non è messa bene, in realtà io, oltre a provvedere a tutto ciò che mi riguarda, contribuisco spesso alle bollette e alla spesa per andare avanti, quindi se dovessi andare fuori a fare uno stage i miei non potrebbero aiutarmi, dovrei spendere quello che ho messo da parte in questi anni rischiando di trovarmi con niente in mano, o dovrei trovarmi anche lì un secondo lavoro per mantenermi, ma dopo 7 anni di studio e lavoro sono stanca, sento il bisogno di fare una cosa sola, pena la mia salute mentale. Anzi quasi quasi faccio la NEET, visto che negli ultimi sei mesi ho invece fatto contemporaneamente la studentessa, la lavoratrice e la tirocinante (serve per laurearsi). Finora ho fatto 2 tirocini, uno per la tesi triennale ed uno per la specialistica, mi fa piacere che siano previsti nel mio programma di studio e li ho fatti volentieri anche se gratis, anche se alla triennale dopo 7 ore di tirocinio e 3 ore di viaggio fra andata e ritorno, passate a studiare per gli ultimi esami, mi facevo la doccia e andavo in pizzeria a lavorare fino alluna di notte e mi risvegliavo alle 6 per ricominciare. Anche se arrivavo al week end distrutta, ma erano i due giorni più duri, il sabato si fanno anche 12 ore in pizzeria e la domenica ero un zombie, quindi studiavo appena tornata a casa tra le 5 e le 8 del mattino perché ero ancora sveglia per la musica e la campana della cucina che non se ne vanno facilmente dalla testa. Ma sarebbe bello se tutto questo fosse servito a qualcosa oltre alla mia personale soddisfazione di imparare. Non sono andata all’università aspettandomi di trovare fortuna, ma solo per tentare di fare qualcosa che mi fosse affine, se riesco avrò la soddisfazione di fare un lavoro che mi piace, altrimenti posso fare qualunque altro lavoro per la soddisfazione di pagare affitto e bollette da sola, ma la frustrazione di dover lavorare per mantenere una casa che serve a lavorare gratis per qualcun altro è ben altra cosa da digerire. Non voglio essere choosy, resta solo da capire se sia meno choosy prendere quel che c’è adesso ( sempre ammesso e concesso di passare il concorso per il dottorato) con grande probabilità di trovarmi col ……….. per terra tra 3 anni o, sapendo questo, gettarmi in altro con grande probabilità di trovami col ………. per terra già da adesso. (Scusate, ho provato a riscrivere l’ultimo paragrafo in modo meno volgare ma non mi permetteva di esprimere il mio stato d’animo).

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4 thoughts on “COME SI FA AD ESSERE “MENO CHOOSY”?

  1. Amica cara (anche se non ho il piacere di conoscerti), la tua è, come tante altre, una storia di sacrificio e impegno, vissuta con intensità, questo traspare dalle tue parole.
    Da dottorando in area umanistica mi permetto di consigliarti di non tentare assolutamente il concorso per il dottorato se questo deve essere un modo per parcheggiarti in università per tre anni (ammesso che, come dici bene, tu riesca a vincere il posto con borsa). Nonostante tutto, l’Università è un ente serio, serissimo, e merita che un impegno in seno a una scuola dottorale sia assunto per amore della ricerca, volontà di crescere culturalmente e gran voglia di mettersi alla prova. Se pensi che anche una sola di queste spinte faccia difetto, ti invito caldamente a desistere dalle aspirazioni accademiche, che tanto, credimi, concorsi per ricercatori ne fanno oramai pochissimi, e di rivolgerti a un altrove geografico e professionale. Ogni bene, David.

    • Ciao David, grazie per i tuoi consigli. Per me il dottorato non sarebbe una scelta di comodo, anzi il non farlo lo sarebbe. Se dovessi scegliere solo in base a quello che ho dentro non avrei dubbi, ma non posso prescindere dal discorso economico, infatti non lo farei mai senza borsa, la passione è una grande cosa ma purtroppo non si mangia. Il fatto che pensi ad un “dopo” fuori dall’università non è perchè veda il dottorato come un parcheggio, ma perchè conosco la situazione e so che le possibilità di restare sono poche. In pratica mi sono soffermata sull’aspetto economico perchè su quello vocazionale sono sicura

  2. Ciao! Hai mai pensato di fare il dottorato all’estero? Ti apre gli occhi sia personalmente che professionalmente…
    In bocca al lupo da un fisico (come te) che ora sta facendo il PhD in UK! 🙂

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