FUGGITIVI DI PROFESSIONE

Oggi, ho il piacere di pubblicare la lettera di un mio caro amico. Mentre leggo le “molte”righe che ci ha regalato ripercorro gli anni trascorsi insieme e le fughe condivise. Un ‘interessante riflessione per chi deve ancora trovare la sua strada e il suo posto nel mondo.

Alessia Bottone

«In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare»

[HL]

 Io scappo da una vita. Ero poco più d’un adolescente, i capelli ingellati tirati a lucido sotto una fascia -non l’avessi mai fatto, oggi ne avrei qualcuno in più-, che in guerra perenne contro il mondo fuggivo regolarmente dalle regole di mia madre. A casa di mio padre, s’intende.  A volte fa comodo esser figli d’un divorzio. Eccomi allora maturando, sebbeme immaturo fin al midollo, a scappare da un percorso accademico  che per me sembrava tracciato da una vita. Figlio, nipote, pro-nipote d’avvocati, con uno studio ben avviato che attendeva solo d’esser ereditato. Quale facoltà avrei scelto? Non-giurisprudenza. Qualunque branca dell’umano scibile che mi consentisse di evitare la temutissima professione di famiglia. Poco importava se prevedesse  uno o più esami di matrice giuridica. L’importante, agl’occhi di me matricola in fuga, era poter continuare a scappare. Economia mi sembrava un buon compromesso: media difficoltà, piani di studio molto diversificati a coprire le discipline più disparate, quel tocco di Diritto che avrebbe fatto contento qualche parente. Ma soprattutto, diceva la leggenda metropolitana dell’epoca, utile a trovar lavoro. E quando si scappa, pensavo, è meglio farlo da stipendiati. Mi iscrissi. Passano gli anni della triennale, e con loro gli esami con voti tutto sommato soddisfacenti. Ma ecco che arriva la più geniale delle strategie di fuga accademica legalizzata che l’uomo moderno abbia mai concepito: il programma Erasmus. Per un giovane poco più che ventenne, dalle “belle speranze” e le confusissime idee sul futuro, era tutto sommato una buona scommessa: un intero anno all’estero, per la prima volta e completamente solo, una nuova lingua da imparare, qualche esame in più da portare a casa in modo non sempre del tutto ortodosso. Finalmente una fuga “condivisa”: i familiari la appoggiano, emotivamente e finanziariamente, sicchè il fuggitivo può prendersi un anno sabbatico dai suoi tormenti esistenziali –“mi piace quel che faccio? Cosa ci faccio quando lo finisco? E se poi non ce la faccio che faccio?”.  Da notare l’insistenza con cui in questi interrogativi compare il verbo “fare” -quel che io chiamo la funzione, la missione di ciascuno di noi a questo mondo. Qualche millennio fa un po’ di greci più saggi di me l’avevano già chiamata ἀλήθεια (aletheia, verità). Letteralmente “ciò che non è coperto da veli”. Svelato. Sui quanti veli il mio Erasmus m’abbia aiutato a togliere non mi dilungo in questa sede. Lo faccio dal giorno in cui ho rimesso piede in patria –mai per restarci troppo a lungo. Restava però il più grosso e pesante di tutti: quel dover dare un senso a una scelta accademica mai da nessuno (me in primis) del tutto compresa, nonchè –soprattutto- dimostrare, a me e a tutti, di riuscire a cavarci qualcosa di tanto utile quanto la “professione di famiglia”. Ancora una volta un deus ex machina accademico giunse in mio soccorso nella scena cruciale: la riforma universitaria. Un qualsiasi neo-laureato del vecchio ordinamento, all’età in cui io finii la mia triennale, non avrebbe potuto più trastullarsi in enigmatici quesiti filosofico-professionali –si sarebbe piuttosto, come diciamo qui a Napoli, messo a vedere quel che doveva fare (il dialetto tradotto perde troppo spesso la sua efficacia). A me invece, tra i primissimi figli della riforma, fu concesso un altro biennio di riflessione esistenziale: la laurea specialistica. La quale laurea, oltre ad essere tutto tranne che specializzante (mentre alquanto formativa era stata la sorella minore triennale –vizi e virtù del nostro nuovo ordinamento), portava con sè tutto un nuovo pacchetto di eccellenti strategie di fuga: stage all’estero per laureandi (programma Erasmus Placement), ricerca all’estero per la tesi finale, stage all’estero per laureati (programma Leonardo).  Scappai in tutti i modi che mi furono concessi. Quando non lo feci, fu perchè già avevo formulato un mio piano di fuga alternativa. Ma con la laurea finirono anche le fughe accademiche legalizzate. Poco male, mi dissi – tra titoli lingue ed esperienze qualcosa di buono sarei riuscito a trovarlo. Non che avessi tolto il grande “velo”, quello forse s’era inspessito a furia di tanto riflettere, ma avevo sì gran voglia di cominciare a far qualcosa. O forse, più semplicemente, di cominciare a vivere di quel che facessi. Qualunque cosa facessi. Scelsi dunque il mestiere del mandante di curricula. O  meglio, di application (forms), dacchè le mie domande di lavoro erano tutte inesorabilmente dirette all’estero. Il mandante di curricula si alza presto al mattino, come qualsiasi altro lavoratore. Forse un pizzico più tardi, dacchè non ha cartellini da timbrare se non quello della prima colazione in cucina, e dacchè la distanza più grande che dovrà percorrere è quella che ne separa il letto dal computer. C’è anche la figura del mandante di curricula dal letto: colui/lei che “lavora” fino a tarda sera o sceglie il “turno” di notte, ed inevitabilmente finisce con l’addormentarsi al computer (questa versione del mandante richiede un portatile). In questo caso al mattino seguente potrà dormire qualche minuto in più: nessuna distanza da coprire, casa e puteca (ancora dal napoletano, stavolta non tradotto) a tutti gli effetti.  Che lavori dal letto o dalla scrivania, per prima cosa il mandante di curricula controlla la propria casella di posta elettronica, in uno stato d’animo che è un misto tra apatica noia ed improvvisa eccitazione. Entrambe si convertono rapidamente in frustrazione, quando scopre –o meglio trova conferma di quel di cui già aveva piena coscienza e cioè- che non ha ricevuto risposte, se non negative, alle domande inviate nei giorni/mesi precedenti. Le stesse risposte negative sono in realtà per lui in qualche modo fonte di benessere, o almeno così gli sembra di ritenere: meglio, si dice, dell’essere completamente ignorati. L’educazione innanzi a tutto. Ripresosi dall’ormai abituale piccola delusione di inizio giornata, il mandante di curricula pensa e/o si ripete qualche formula rinvigorente per la sua autostima, indi inizia la sua giornata di lavoro. Per le successive 6-8 ore, intervallate da molti caffè (ed altrettante sigarette se fumatore) nonchè da una pausa pranzo di breve/media durata, non farà altro che cercare annunci di lavoro e –ovviamente- mandare curricula, tendenzialmente accompagnati da lunghe e ripetitive lettere motivazionali. Comincia di solito con gli annuncia lui più congeniali e/o più affini al suo profilo, oguno dei quali gli sembra sia stato scritto per lui ad personam.Allargherà inevitabilmente la ricerca, fino ad includere annunci che solo qualche settimana prima gl’erano sembrati improponibili. I contratti dei mandanti di curricula sono tutti a tempo indeterminato: non si sa mai quando scadano. Io ho lavorato più volte come mandante di curricula. Tuttora continuo a farlo. Un paio di volte m’è andata bene: durante il tradizionale rito d’apertura-posta-elettronica mattutina, i miei occhi increduli si sono illuminati al ricevere una risposta inaspettatamente positiva. Ritornavano le belle fughe d’una volta: prima uno stage (retribuito!), chiaramente all’estero, poi addirittura un contratto, di un anno non rinnovato, in un posto che chiamarlo estero è un eufemismo. Poi ancora curricula. Il grande velo esistenziale è ovviamente rimasto al suo posto, ma forse nel frattanto si è leggermente assottigliato. Per il momento ho scelto, o meglio mi sono auto-convinto di dover scegliere, di tentare una carriera nella cooperazione allo sviluppo, preferbilmente all’interno di un’organizzazione internazionale. Ma mentre mi obbligavo a scegliere, da quando mi son laureato ho anche lavato parecchi piatti e servito altrettanti panini. Nulla contro lava-piatti e servi-panini: a volte c’è più da imparare nella cucina d’un pub che in un ufficio. Semplicemente, non proprio il tipo d’impiego che credevo m’aspettasse al termine degli studi. Nel mio caso, ad ogni modo, credo che il problema di fondo sia una doppia crisi. A quella economica esogena, che proprio sembra non volerci dar tregua, se ne aggiunge una endogena e più profonda, della quale mi reputo unico responsabile: il non aver ancora saputo del tutto svelare la mia aletheia. Nonchè l’aver sistematicamente rimandato la svelatura a suon di fughe. Ne conosco, di coetanei, che con un pizzico di fortuna ce l’hanno fatta. Come direbbe la nonna media napoletana, si sono sistemati. E ci son riusciti perchè hanno votato anima e corpo alla propria passione –avevano già da tempo compreso qual dovesse essere la loro funzione. Certo hanno saputo attendere, dimostrando pazienza e cocciuta determinazione, ma alla fine sono stati giustamente premiati. Forse non vicino casa, forse a costo di dover ricorrere all’ennesima fuga. Ma ce l’hanno fatta. Allora guardiamoci dentro, prima di puntare il dito fuori. Proviamo a togliere con decisione tutti i veli che ci sono rimasti. Ascoltiamo a pieno le nostre passioni, e perseguiamole con tutte le energie e gli strumenti di cui siamo forniti. Iniziamo finalmente a svolgere la nostra funzione. Ogni crisi esogena, i libri d’Economia insegnano, è storicamente sempre seguita da una straordinaria ripresa. Che questa volta stenta ad arrivare, e potrebbe tardare ancora chissà quanto. Ma ci lascia il tempo di svelare l’aletheiea, di lavare qualche piatto e servire qualche panino. Nonchè di diventare bravissimi mandanti di curricula a tempo speriamo determinato. O, se preferite, fuggitivi di professione.

“El humanista”

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